Tre testi-partitura descrivono, in forma di diario, la costruzione di due audiocasse artigianali su cavalletti. Tramite una procedura aleatoria, le azioni, che nel testo determinano la costruzione delle due sculture, sono convertite in note musicali e quindi in musica.

Poggiato su una pedana, un woofer riproduce la musica della terza partitura che descrive le modifiche e la preparazione delle due sculture alla mostra.

“Le partiture trasformano le azioni in frequenze e successivamente in note musicali o in colori: lo spostamento espande il mio punto di vista. Penso me stesso come un agente che occupa e osserva da un piano diverso, esattamente come faccio quando mi sposto a lato per vedere il teschio degli ambasciatori di Holbein.” – racconta Raffaele Luongo

Una foto in bianco e nero, scattata all’interno di una Renault 4, riprende una vettura in movimento in una strada di campagna. La Renault 4 era una macchina appartenuta a mio padre negli anni della mia adolescenza. La vettura fotografata invece apparteneva al dottor Isak Borg che in quel momento stava giungendo nel luogo dove, molti anni prima, aveva vissuto parte della sua giovinezza con i fratelli e i cugini.

“Attraverso minime storie personali, storie di fumetti, di film, oppure grandi drammi storici, storie di cambiamenti sociali, si rappresenta un modello di relazioni spaziali e temporali che esiste su piani diversi del reale, incommensurabili tra loro e che penetrano in modo diverso la nostra coscienza.”  – prosegue Raffaele

La polvere raschiata è il recupero di una traccia del tempo che porta in sé la testimonianza di tutte le azioni, correlate al mobile, che io e la mia famiglia abbiamo prodotto.

Il suono ambientale nel quale è immersa la scultura, è la porzione audio estremamente rallentata della scena del film di Bergman nella quale il dottor Borg ritrova il posto delle fragole. Al suono si aggiungono dei silenzi di brevissima durata ricavati da una partitura che utilizza il testo della lettera di “Miei cari genitori, ancora mi attardo ragion per cui divido la mia attenzione tra me, tutto il nostro aver fatto e il tempo saturnino di Isak Borg” (2011).

“Ogni opera è un modello di pensiero che espone idee e processi sulle relazioni spaziali e temporali: mi ricordo di un racconto di Ian McEwan in cui Peter Fortune, un ragazzino che viveva nei suoi sogni, alla fine del racconto guardando le onde del mare ha un intuizione: vede quelle onde come un’unica forma di tutti i sogni che ha fatto e che farà fino alla fine della sua vita.” 

“Così fu quella volta che quasi incontrammo il dottor Isak Borg”, costruendosi sull’idea di una correlazione di tutte le cose esistenti come se queste fossero parte di un’unica trama, mi conduce alla realizzazione di una impossibilità: quella di aver vissuto in maniera seppur marginale un pezzo della storia del dottor Isak Borg. – conclude

a cura di ANDREA ALIBRANDI
4 febbraio – 1 aprile 2022

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