Organizzata dal Museo Fiorentina, la Hall of Fame Viola è una festa. Ma è quasi riduttivo definirla così perché durante ogni edizione, questa era la nona dopo due anni di sospensione a causa del Covid, ci sono degli spaccati di umanità. Quei campioni, abituati come siamo a vederli come guerrieri moderni sul terreno verde del Franchi, li ritroviamo in abiti borghesi non più in pantaloncini e maglietta sudata, invecchiati ma più vicini a noi. Forse perché più simili nella loro quotidianità. Così ci ricordiamo l’umana semplicità di Pino Brizi, la commozione di Gabriel Batistuta, per citare i primi due che ci vengono in mente ripensando alle passate edizioni. E questa, cosa ci ha donato?

Frammenti autentici. Raffaello Paloscia, decano dei giornalisti sportivi toscani, nonostante i suoi novanta e passa anni rimasto giovane “per la Fiorentina”. Sergio Carpanesi (primo scudetto 1955-56), 86 anni vissuti con eleganza e sapienza. Claudio Desolati, per tutti ancora il ragazzo con l’impermeabile alla Humphrey Bogart. Celeste Pin, l’antijuventinità vissuta sulla pelle nel ricordo di Casiraghi e la finale di Uefa 90. Claudio Ranieri, un signore nella storia del calcio per quanto fatto con il Leicester ma bravissimo, e vittorioso, anche a Firenze. Seba Frey e i suoi capelli, istrione fedele a se stesso.

foto: profilo facebook museo della fiorentina

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