«Devi andare il più possibile in profondità nella consapevolezza. Allora nessuno potrà illuderti, poiché non vedrai l’apparenza, ma la realtà.»
Questa è una frase attribuita a Buddha. Non è questione di credo religioso, ovviamente, ma di approccio alla vita. Mi è tornata in mente di recente, assistendo agli ultimi eventi della vita politica italiana, un po’ sconcertanti.
All’inizio di luglio è stato pubblicato il Rapporto Annuale 2022 dell’Istat (cioè l’Istituto Nazionale di Statistica). La sua lettura è forse faticosa e certamente è meglio sorseggiare un drink sulla spiaggia, specialmente di questi tempi. Ma è una lettura illuminante sullo stato corrente di salute del Paese, o meglio sulle sue debolezze, caratteristiche, capacità.
Che, appunto, aiuterebbero molto la consapevolezza dei cittadini in momenti politici così delicati. Dati oggettivi, numeri, grafici che indicano con precisione da dove veniamo e ciò che siamo. E dunque ciò di cui avremmo bisogno per migliorare.

Mettiamo a fuoco qualche aspetto, utilizzando le ricche informazioni contenute nel Rapporto Istat e le considerazioni che ha svolto il suo Presidente, Gian Carlo Blangiardo, nel discorso di presentazione alla Camera dei Deputati.
Ci sono ambiti più tipicamente sociali e altri più strettamente economici, anche se poi le cose sono sempre fortemente connesse e le distinzioni hanno poco senso. Anzi, la sensazione vivida che si ha, leggendo il Rapporto, è proprio quella di una grande complessità di fatti e situazioni che rende insopportabili certe semplificazioni alle quali certa politica, o presunta tale, ci ha abituato nella loro rappresentazione.

Anzitutto l’Italia continua a invecchiare e a veder diminuire la propria popolazione. In tale contesto, tante evidenze indicano anche che la famiglia come struttura al cuore dell’architettura sociale sta inesorabilmente trasformandosi.
Il numero di famiglie: nel biennio 2020-2021 erano 13,9 milioni, mezzo milione in meno rispetto a venti anni fa, sono sempre mediamente più piccole, perché la crescita di quelle composte da persone sole è da tempo in forte crescita. Diminuiscono le famiglie di coppie coniugate in prime nozze, aumentano quelle delle unioni libere.
Da trent’anni il saldo tra nascite e decessi è negativo e anche nel primo trimestre 2022 ci sono stati circa diecimila nuovi nati rispetto allo stesso periodo del biennio ’19-’20.
La popolazione ormai dal 2014 sta diminuendo, anche perché i flussi migratori si sono recentemente contratti e si scontano anche le alte percentuali di decessi per il Covid: nell’arco di circa 8 anni (2022 su 2014) l’Italia ha perso più di 1,36 milioni di residenti.
E questo si accompagna alla inesorabile trasformazione della articolazione per età della popolazione. Siamo più anziani: per dare un solo dato, i residenti con 65 anni di età e oltre sono oltre 14 milioni, 3 milioni in più rispetto a venti anni fa. Continuano a crescere rendendo vieppiù delicato il tema della loro assistenza in caso di autosufficienza (finora erano le famiglie spesso, ma se ce en sono meno e soprattutto si trasformano come riusciranno a farlo?). A gennaio 2022 c’erano 188 persone con almeno 65 anni per 100 giovani con meno di 15 anni.

Per i giovani si fa difficile: sette su dieci di coloro che hanno 18-34 anni di età, vivono ancora con i genitori.
Sono tutti fenomeni ci dice Istat che sono destinati ad acuirsi nei prossimi anni e decenni.
“Sul fronte dell’immigrazione l’ultimo decennio è stato caratterizzato dal radicamento sul territorio dei migranti arrivati nei decenni passati e da un rilevante mutamento dei nuovi flussi in arrivo. Gli ingressi per motivi di lavoro si sono ridotti molto, a fronte di una sostanziale stabilità di quelli per ricongiungimento familiare e di una forte quanto improvvisa crescita dei migranti in cerca di protezione internazionale, di cui i profughi ucraini sono l’ultimo tragico esempio.”

Venendo agli aspetti più economici, va detto subito che l’effetto pandemia è stato pesantemente negativo ma che tutto sommato si era avviati con rapidità (anche forse inattesa) alla piena ripresa. In meno di due anni, tra metà 2020 e inizio 2022 si era infatti recuperato per intero la profonda caduta del PIL dovuta al Covid.

Nel 2021 l’economia era cresciuta del 6,6%, anche se già nella seconda parte dell’anno il rincaro delle materie prime e il risvegliarsi dell’inflazione stavano togliendo smalto alla ripresa. Sembrava tuttavia che tutto potesse essere tenuto sotto controllo, grazie anche alle banche centrali in primis di Usa e Europa. Come ben sappiamo, però c’è stata la guerra russa all’Ucraina che ha enormemente complicato il quadro economico.
Il fortissimo aumento dei prezzi delle fonti energetiche (e certo la grande dipendenza dalla Russia quale unico paese fornitore non ha aiutato) ha innalzato grandemente i costi di produzione delle imprese che, inevitabile conseguenza, alla fine si sono poi scaricati sui consumatori finali, innalzando ulteriormente il tasso di inflazione, tornando a scenari che non avevamo più visto dagli anni Ottanta del secolo scorso.
A giugno 2022 quel tasso è su base annua al 6,4%. Nei primi del 2022 rispetto alla media del 2019, il costo dell’energia elettrica è cresciuto di oltre l’80%, quello del gas di quasi il 54%. Il presente e a maggior ragione il futuro si è riempito di enormi incertezze. La ripresa si è quasi spenta.

Tutto ciò riverbera i suoi effetti pure sul mondo del lavoro. Già non se la passava benissimo prima del Covid, per le grandi trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche che stavano lasciando forti segni sul tessuto produttivo, sul lavoro e quindi sulla società (si vedano altri articoli in questa stessa rubrica).
Tra 2019 e 2020 gli effetti della pandemia hanno ridotto più pesantemente in Italia che negli altri paesi UE il numero degli occupati. Gli effetti più negativi li hanno sopportati i giovani e le donne, a causa della maggiore vulnerabilità delle loro occupazioni, generalmente più precarie.
Dal 2021 la situazione stava migliorando, al punto da recuperare quasi del tutto i livelli pre-crisi. Ma il lavoro per come lo si intendeva una volta, cioè dipendente a tempo indeterminato e a tempo pieno, si è fatto, e continua a essere, sempre meno frequente. Aumentano molto i tempi determinati con contratti di breve durata: quasi la metà di essi hanno durata pari o inferiore a 6 mesi. Negli anni è assai aumentato anche il ricorso al part time (nel 2021 riguarda un quinto degli occupati) e molto spesso non è volontario.

Tutto questo, ci dice ancora l’Istat, ha contribuito a un peggioramento della qualità dell’occupazione che si porta dietro anche livelli retributivi più bassi. Da qui ne sono discese conseguenze forti: la povertà assoluta negli ultimi dieci anni è gradualmente aumentata e nel 2020-2021, coinvolgendo oltre 5,5 milioni di persone, ha raggiunto il livello più alto dal 2005, coinvolgendo sempre più i giovani. La povertà non ha più solo riguardato anziani, magari soli, ma progressivamente ha toccato anche coppie con figli, le famiglie con un solo genitore. La povertà assoluta indica lo stato al di sotto della soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile.

Adesso si aggiunge la forte spinta inflazionistica a rafforzare gli effetti negativi di questo quadro già di per sé piuttosto delicato: le disuguaglianze possono accentuarsi ancora, se non si interviene.
Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), mettendo a disposizione oltre 200 miliardi europei, può giocare un ruolo determinante nel dare soluzioni concrete a questo quadro generale fosco ma con le potenzialità per dare solidità e continuità alla ripresa economica e sociale attraverso la transizione digitale, la trasformazione ecologica, gli investimenti in infrastrutture, le riforme indispensabili per far funzionare meglio lo Stato e la società.
Una possibilità di svolta che nella storia dei paesi, figuriamoci del nostro, si presenta molto, molto raramente.
Speriamo che gli ultimi sviluppi della vicenda politica e la imminente campagna elettorale, che è facile pensare sarà fortemente divisiva, non compromettano tutto.

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