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Pannofino ci racconta Mine Vaganti e il ritorno di Boris

In occasione della messa in scena dell'opera di Özpetek a Firenze l'attore si è concesso a stylepost.it per parlarci di lui e della sua incredibile poliedricità

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Oggi è l’ultimo giorno di Mine Vaganti al teatro della Pergola, opera diretta da Ferzan Özpetek, prima al cinema ora anche a teatro, ed è forse questa la chiave del successo anche nei palchi di tutta Italia, cioè la continuità nella regia che è fondamentale per trasportare un film di grande successo a teatro. Dopo due settimane nel territorio fiorentino il super cast di tutto rispetto si sposterà a Napoli, per continuare un tour che conta già più di 100 repliche. Quindi non può altro che definirsi un grande successo.

Le due ore di spettacolo passano piacevolmente trascinati dall’ironia mista a drammaticità che è il perno di tutta la storia. Una famiglia del sud Italia con un capofamiglia, interpretato magistralmente da Francesco Pannofino, con forti idee tradizionali che non prende bene la notizia del figlio omosessuale e con l’altro figlio, anch’esso gay, che deve trattenere dunque la sua voglia di far conoscere anche la sua vera natura per non rischiare di mandare il padre nella tomba di crepacuore. Questa è la base della trama su cui girano tutti i simpaticissimi personaggi, in tutto 11, che trascinano lo spettatore all’interno della storia, in tutti i sensi visto che spesso durante lo spettacolo si ritrovano a girovagare tra le file della platea e a rivolgersi proprio ad essa. Un cast meraviglioso quello che accompagna Pannofino, infatti parliamo di attori del calibro di Iaia Forte, Erasmo Genzini, Carmine Recano e un’incredibile Simona Marchini nei panni della nonna che è la vera, e probabilmente ultima, mina vagante della storia.

Per farci raccontare ancora più nel dettaglio questo bellissimo spettacolo abbiamo raggiunto la superstar Francesco Pannofino che come sempre ci ha regalato simpatia e grande disponibilità.

 

-Mine Vaganti a teatro un progetto che ormai va avanti da più di 2 anni causa covid che vi ha costretto a fermare il tour ripetutamente,  c’è qualcosa che è cambiato da quando avete iniziato ad oggi?

Noi abbiamo debuttato nel 2019 e poi siamo tornati per un breve periodo anche dopo il covid nel 2020, avevamo già fatto una quarantina di repliche, sono contento che quest’anno siamo tornati in scena perché piace molto in lungo e in largo per l’Italia quindi è per me un grande piacere. È cambiato il cast con quattro sostituzioni ma sempre super professionisti e quindi la sostanza rimane la stessa , ormai abbiamo superato le 100 repliche totali.

-Interpretare Vincenzo è stata per te un’altra bella sfida, perchè nello stesso personaggio ci sono due aspetti abbastanza antitetici cioè una parte drammatica ed una molto ironica.

Ennio Fantastichini aveva fatto benissimo nel film e purtroppo se ne è andato troppo presto. Per me è stato un piacere sostituirlo in teatro e spero di averlo fatto al meglio e sono stato felicissimo quando mi hanno chiamato, tutti quello che vedono lo spettacolo mi dicono che dopo pochi minuti dimenticano il film ed è senz’altro per me un grande onore.

– Quanto può essere difficile per un “pater familias” o un genitore più in generale dover accettare l’omosessualità di un figlio avendo alle spalle tutti i dogmi di una società retrograda o comunque molto tradizionalista?

Ci sono tante famiglie in questa situazione e noi speriamo di dare un messaggio alle famiglie e ai ragazzi ad aprirsi e fare il passo di liberarsi dato che è molto breve. La battuta più importante a riguardo durante lo spettacolo la dice la cameriera: “Commendatò esistono disgrazie più grandi”. Sta tutto li in quella frase ciò che vogliamo far passare. Speriamo con il nostro spettacolo di poter aiutare tanti giovani a liberarsi e vivere più sereni.

-Com’è lavorare con Özpetek? Quali sono gli aspetti che cambiano tra il gestire la regia di un film e la regia di un’opera teatrale?

Lui ha una sensibilità artistica superiore alla media e questa è la cosa fondamentale. Ha una capacità innata.  Il linguaggio dell’arte è sempre lo stesso, se hai empatia e questo genere di sensibilità nel raccontare, e Ferzan ne ha in abbondanza, non puoi sbagliare. Noi poi ci adoriamo anche umanamente perché è una persona estremamente pratica. Il linguaggio teatrale in sostanza lo ha imparato subito nonostante la sua esperienza più grande venga dal mondo cinematografico.

-Qual è secondo te la chiave per trasformare un film in un’opera teatrale di successo? Dato che le caratteristiche per fare una trasposizione di una storia sono molto diverse nei due ambiti e di flop ce ne sono stati diversi.

Ci sono stati casi di flop è vero, qui è importante perché c’è lo stesso autore. Il merito va soprattutto a lui, perché lui ha saputo come rimodellare quando serviva. È una vicenda comunque che si conclude dentro le mura domestiche quindi questo aiutava sicuramente all’ambientazione in teatro, poi il lavoro scenografico è stato superbo ed è molto bello che durante lo spettacolo si renda partecipe anche lo spettatore.

– Tu sei da sempre abilissimo nel portare avanti teatro, cinema, doppiaggio e diversi altri progetti ma non è per niente scontato che un attore riesca ad essere cosi convincente sia sul grande schermo sia in un palco, quali sono per te le differenze maggiori che apporti al tuo lavoro quando cambi ambiente? e in fondo in fondo hai una preferenza?

Non ho una preferenza vera e propria, perché amo profondamente il mio lavoro. Le differenze sono negli orari prima di tutto per esempio, se fai cinema devi svegliarti alle 6 di mattina e lavorare alla luce, nel teatro lavori di notte e vai sempre a letto tardi quindi sicuramente insieme sono inconciliabili nello stesso periodo(ride). Io il mio lavoro lo volevo fare sin da bambino e già questo mi dà molta serenità. Da più di 40 anni sono nell’ambiente e conosco tutti gli affranti più reconditi del mestiere, ne ho viste di tutti i colori, ci vuole tanta umiltà per lavorare tanto e avere una carriera lunga. Io carpivo dai i più vecchi mettendomi dietro le quinte e consiglio sempre ai più giovani di fare lo stesso. Anche nel doppiaggio ho imparato tantissimo per la recitazione, doppiando attori del calibro di Denzel Washington mentre li guardi cerchi di assimilare tutti i loro sguardi ed espressioni e poi spesso ho cercato di rimetterle nel mio lavoro con scarsi risultati (ride).

-Non si può ovviamente non dire che la tua voce è il tuo marchio di fabbrica più evidente. Quando hai preso consapevolezza del tuo dono?

Sono contento e molto grato alla mia voce anche se non la curo per niente dato che fumo, urlo ed esco fuori senza coprirmi. L’ho presa da mio padre che aveva una voce maleducata, nel senso che aveva un marcato accento pugliese con un incredibile timbro di voce. Quindi devo ringraziare la genetica sicuramente e la mia capacità di saperla poi utilizzare nel mio lavoro.

-Per concludere non posso non chiederti anche di Boris 4 che dopo tanto tempo che i fan ne chiedevano il ritorno avete concluso finalmente le registrazioni giusto?

Di Boris 4 sono felicissimo perché arrivano notizie molto belle dal montaggio ed è ovviamente una soddisfazione. Praticamente sono uscito dalle riprese di Boris e ho iniziato qua con Mine Vaganti e non mi sono ancora fermato da allora. Però è anche questo il bello no? Sono molto felice del ritorno di Boris e di René e so che lo sono anche tutti i fan che non aspettavano altro.

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