Come sosteneva Ray Bradbury, la follia è relativa, dipende da chi ha chiuso chi in quale gabbia. Ecco, uscire dalla gabbia del luogo comune che dipinge (ops…) l’arte contemporanea come inevitabilmente difficile da capire e fredda di emozioni. Proprio questa pare essere la premessa necessaria da cui parte la concezione di questa mostra, che attraverso la libertà assoluta della creazione artistica esplora i confini, in verità labili, tra realtà e illusione, normalità e follia, sogno e incubo.

Il curatore Danilo Eccher, già ideatore di tre fortunate collettive a tema nel Chiostro del Bramante (Love, Dream, Enjoy), ha coinvolto ventuno artisti di fama internazionale in un progetto espositivo elaborato ma nel contempo accessibile e divertente, cucito in gran parte su misura per gli ambienti rinascimentali bramanteschi; e ha sicuramente centrato il non trascurabile obiettivo di ampliare il consueto target di riferimento per questo genere di eventi, vista la consistente affluenza di giovani e giovanissimi, armati di smartphone e sana curiosità (valore aggiunto che conferma la volontà di accogliere un pubblico vasto: accanto alle didascalie per gli adulti, quelle più semplici e accattivanti per i bambini, ottima mossa).

Perché CRAZY è altamente instagrammabile, su questo non c’è alcun dubbio; ma questo strizzare l’occhio al medium dominante per rappresentarsi e per comunicare nulla toglie al valore del messaggio artistico dei lavori esposti in questo gioiello cinquecentesco nel cuore di Roma. Opere che clamorosamente invadono uno spazio dal rigore architettonico assoluto, appropriandosene giocosamente senza offenderlo.

Opere spesso agli antipodi per modi e intenti, un viaggio a scatti cognitivi ed estetici, montagne russe collegate tra loro dal binario della “follia”.

L’invito è quello all’immersione, al lasciarsi trasportare da e nell’opera, ma non servono in questo caso gli aiuti digitali che trasformano un dipinto di Van Gogh in una realtà virtuale che avvolge lo spettatore, quello che ci troviamo davanti basta e avanza per l’avventura.

Varcato il portale d’ingresso, ci si accorge che il pavimento del chiostro è diventato un enorme specchio pieno di incrinature: è l’opera site specific “Passi” di Alfredo Pirri; le colonne e gli archi a tutto sesto si riflettono veritieri o distorti nelle schegge del vetro rotto, a seconda di dove si posi lo sguardo; quale immagine è quella vera, giusta, quale quella normale? Si lascia vagare l’occhio e si scoprono scorci inaspettati, imperfetti e affascinanti. Come opera introduttiva mi sembra che ci siamo: w la libertà dell’incompleto, dell’inatteso, del “ferito” e naturalmente del folle!

Passi, Alfredo Pirri

Lo specchio non può non far pensare ad Alice nel suo paese delle meraviglie ed entrando nelle sale in effetti capiterà più di una volta di sentirsi appena usciti dalla tana del Bianconiglio.

A far da Virgilio luminoso lungo il percorso, le frasi al neon di Alfredo Jaar, insieme riflessione e incoraggiamento, necessarie.

Si cammina dentro al labirinto bianchissimo di Lucio Fontana, “Ambiente Spaziale in Documenta IV”, in cui la dimensione spaziale si dilata e si restringe in un corto circuito accecante. Come camminare dentro un taglio di Fontana, di là della tela, oltre lo specchio.

Nel vano attiguo si alza la testa attratti dalle corolle di monumentali, gotici bouquet in cera penzolanti come pipistrelli dal soffitto. “Color of Heaven” di Petah Coyne.

La si abbassa per riflettere sul festone multicolor di una sagra patronale ormai finita, lasciato a lampeggiare sul pavimento, che rimanda al lavorio incessante delle nostre sinapsi e all’effimero di ogni felicità. “Starless” di Massimo Bartolini.

E salendo al piano superiore, il vano scale è invaso da migliaia di hitchcockiane, cartacee farfalle nere, compagne silenziose di un’ascesa che si fa in punta di piedi. “Black Cloud Fashion” di Carlos Amorales.

Black Cloud Fashion, Carlos Amorales.

Scale che immettono nell’ipnotico corridoio rivestito completamente, pareti e soffitto, da parrucche psichedeliche in pelouche, che si attraversa col sospetto di incrociare da un momento all’altro un unicorno. “Hypermania” di Hrafnhildur Arnardóttir/Shoplifter.

Fino alla stanza-cabina armadio, dove si passeggia tra il fruscio degli abiti, controfigure in stoffa delle identità molteplici, caotiche e sorprendenti di Sissi, nel suo “Fuori dal buio dell’armadio”.

Per arrivare alla Sala delle Sibille, dalla cui finestra si può ammirare l’omonimo affresco di Raffaello nella sottostante chiesa di Santa Maria della Pace. L’ambiente, dai soffitti altissimi, è rivestito interamente da “Love trap”, rocambolesca, vorticosa carta da parati del duo californiano Fallen Fruit/David Allen Burns, Austin Young, rutilante omaggio ai simboli sacri e profani di Roma.

E prima di uscire, si scende giù nel portico calpestando la “Poured staircase”, la scalinata che Ian Davenport ha invaso di colori primari, colati da una fantomatica latta di vernice rovesciata, strisce ordinate e parallele che arrivate in fondo dilagano a terra mischiandosi tra loro, sovvertendo ogni ordine.

Poured staircase, Ian Davenport

Come è giusto che sia, non svelo tutto quel che accade di vedere e sperimentare nel bellissimo chiostro, che insieme alla già citata chiesa di Santa Maria della Pace non può mancare nell’agenda di un viaggio a Roma.

Lasciarsi andare, abbandonare cliché e convinzioni rigide, fosse solo per il tempo della visita, questo l’invito – franco ed esplicito – di CRAZY. L’ho raccolto e sono uscita verso Piazza Navona con almeno un paio di sorrisi interiori in più di quando sono entrata e un paio di concetti in meno da presidiare. Ne valeva la pena, direi.

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